Gregor von Rezzori

Gregor von Rezzori

“Questo è uno splendido premio, e sono felice soprattutto del suo aspetto internazionale. Sarà un tributo calzante, e continuativo, ad un grande scrittore europeo”

John Banville

Finalisti edizione 2008



Arturo Pérez-Reverte    Vincitore ed. 2008
José Pablo Feinmann
Charles Lewinsky
Gary Shteyngart
Silvia Bortoli   Migliore traduzione

 

 

 Il vincitore della seconda edizione del Premio Vallombrosa-Gregor von Rezzori per la migliore opera di narrativa straniera è Arturo Pérez-Reverte con Il pittore di battaglie

 



Arturo Pérez-Reverte è nato a Cartagena, in Spagna, nel 1951, vive vicino a Madrid. È stato inviato di guerra per giornali, radio e televisione. I suoi numerosi romanzi hanno riscosso un enorme successo internazionale e i suoi libri sono tradotti in 29 lingue. Il club Dumas, da cui è stato realizzato un film con la direzione di Roman Polanski è stato interpretato da Jonny Depp, La tavola fiamminga, Il maestro di scherma, Il sole di Breda, L’Ombra dell’aquila, Una questione d’onore ed infine Il Pittore di Battaglie. L’autore è diventato membro della Real Academia Espanola de la Lengua, la più alta istituzione spagnola di lingua e letteratura.


Motivazioni della Giuria
Fotoreporter di guerra, in trent’anni di prima linea Faulques ha fissato le immagini di una interminabile sequenza di orrori: il conflitto fratricida che dilania le etnie dell’ex Jugoslavia nella più feroce delle rese dei conti, i cecchini di Sarajevo che decidono a proprio insindacabile piacere il destino dei loro bersagli umani, le guerre d’Africa in cui i prigionieri vengono dati in pasto ai coccodrilli. Eppure è un testimone tutt’altro che innocente. L’orrore finisce per invischiarlo in una sorta di equivoca dimestichezza, persino quando una mina gli porta via la donna amata, sua compagna d’avventura. La lettura fotografica dei fatti non gli basta, ne avverte l’incompletezza, l’ambiguità, perfino il cinismo. Di fronte all’inesauribile capacità l’atroce, coltiva l’ambizione filosofica e scientifica di arrivare a una formula matematica che possa spiegare il caos, e svelarne i segreti. Convinto che solo l’arte possa dare una risposta possibile, si ritira in un’antica torre di guarda affacciata sul Mediterraneo per dipingere un immenso affresco circolare in cui sorprendere lo spirito della guerra, da Troia alle Torri Gemelle. Lì lo raggiunge, dopo un inseguimento di dieci anni, il soldato croato cui ha indirettamente distrutto la vita con una foto apparsa sui giornali di tutto il mondo, deciso a vendicarsi. Con Il pittore di battaglie Arturo Pérez-Reverte ha scritto un romanzo perturbante che nella tensione della sua struttura teatrale e nella tensione saggistica delle sue riflessioni obbliga il lettore a misurarsi con le grandi domande che hanno agitato letteratura d’ogni tempo e che la cronaca d’ogni giorno ripropone: che cos’è la violenza distruttiva che insanguina la storia degli uomini, da Troia all’undici settembre, che cosa è l’orrore e come si possa convivere con esso, fin dove arrivano le responsabilità individuali, le possibili riposte che possono offrire l’arte e la scienza. Non può darsi vera pietà senza spietatezza: nella sua desolazione radicale, il romanzo di Pérez-Reverte sa riportare la letteratura ai suoi doveri di un combattimento di prima linea, dove sono ancora in gioco i destini dell’umano.


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José Pablo Feinmann è nato a Buenos Aires nel 1943. Docente di filosofia, ha pubblicato numerosi saggi e dei romanzi che lo hanno segnalato come uno degli scrittori di punta della letteratura argentina contemporanea: Últimos días de la victima, Ni el tiro del final, El ejército de ceniza, La astucia de la razón, El cadáver imposible, Los crimines de Van Gogh, El mandato e La crítica de las armas. L’ombra di Heidegger ha ottenuto in Argentina un enorme successo di critica e pubblico. José Pablo Feinmann vive a Buenos Aires.



Motivazioni della Giuria
Com’è possibile che uno tra i più grandi filosofi del Novecento, una mente tanto privilegiata e profonda come quella di Martin Heidegger, abbia sostenuto il totalitarismo più tragico e inumano del XX secolo? Da questa radicale domanda etica prende le mosse l’intenso romanzo di José Pablo Feinmann, che sceglie la strada della narrativa, della finzione letteraria, per affrontare il caso Heidegger e i problemi che ne derivano, mettendo in scena «i rapporti della saggezza con la tirannide, del pensiero con la politica, della teoria con la prassi, degli intellettuali con il potere». L’ombra di Heidegger parla al lettore di pensieri profondi e di problemi inquietanti con una scrittura di grande fascino ed efficacia, che a volte sfiora perfino atmosfere da thriller. La forza evidente delle cose e dei sentimenti, la partecipazione emozionale alle vicende dei personaggi creati da Feinmann riescono a proiettarci dentro gli eventi, dentro la storia di Dieter Müller, attraverso la cui voce trasparente e appassionata Feinmann mette allo scoperto l’ambiguità delle verità assolute, la razionalità dell’orrore, gli inganni dell’intelligenza, in un «romanzo filosofico» in cui i due termini dell’espressione sono perfettamente bilanciati.


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Charles Lewinsky è nato nel 1946 e vive tra Zurigo e la Francia. E’ un proficuo autore di romanzi, programmi televisivi, radiofonici, sceneggiatore e ha scritto i testi di 500 canzoni.
Il suo grande romanzo, La fortuna dei Meijer, è una saga di 912 pagine che tiene il lettore con il fiato sospeso dall’inizio alla fine.



Motivazioni della Giuria
Con il romanzo La fortuna dei Meijer, edito da Einaudi, lo scrittore e drammaturgo svizzero Charles Lewinsky ha dato vita a un’opera corale di grande intensità e di forte impatto emotivo. L’estro epico di questo originale romanzo familiare si coniuga con la raffinatezza psicologica, la felicità del dettaglio e il gusto dell’aneddoto. Con un ritmo che accompagna la lenta fisiologia dell’esistenza, la saga dei Meijer si dilata attraverso quattro generazioni, dal 1871 al 1945, nell’affresco della storia degli ebrei svizzeri confinati nell’Ottocento in un paio di villaggi. Endingen è uno di essi, dove vive con la famiglia l’onesto Salomon Meijer, commerciante di bestiame e figura carismatica del romanzo. Accanto a lui si profila un lontano cugino, Janki, che col fiuto degli affari e non poca disinvoltura, aprirà un negozio di stoffe francesi nella cittadina di Baden, creando fortune e prospettive a tutta la sua prole. Le vicende familiari si snodano attraverso una variopinta galleria di figure maschili e femminili, in una struttura romanzesca solida e tradizionale ma sempre pervasa da ironia e dalle infinite sfumature di una vera comédie humaine. Nella quieta enclave svizzera il destino degli ebrei è appena lambito dalla grande tragedia europea. Eppure La for-tuna dei Meijer, dietro a cui occhieggia come un’ironica, fantasmatica presenza la figura del defunto zio Melnitz, è la storia di una fedeltà a valori e tradizioni minati da un’intolleranza crescente e da ineludibili violenze. La storia appassionante di un angolo d’Europa che la barbarie tuttavia non ha travolto. E’ stata una gran fortuna, non solo per i Meijer, anche per noi lettori, che Charles Lewinsky ce l’abbia raccontata in modo così favoloso.


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Gary Shteyngart è nato a Leningrado nel 1972 e all’età di sette anni si è trasferito con la famiglia negli Stati Uniti. Il suo romanzo d’esordio, Il manuale del debuttante russo ha vinto numerosi premi. A quel grande successo ne è seguito un altro  ancora più grande con Absurdistan. Gary Shteyngart è diventato una figura centrale del mondo letterario di oggi. “Uno dei più talentati e divertenti scrittori della sua generazione”. Il Washington Post  ha definito il suo libro uno dei 10 migliori romanzi del 2006.



Motivazioni della Giuria
Tutte le satire sono per definizione “irresistibili”, ma questa di Gary Shteyngart, scrittore russo di nascita e americano d’adozione, lo é veramente. Perché nella sua pantagruelica tracotanza, Absurdistan é la più scandalosa, autoindulgente e spiritosa lettera d’amore agli Stati Uniti mai scritta da un russo: un russo che in questo secondo romanzo di Shteyngart si chiama Misha Vainberg ed é un miliardario ebreo, laico, pigro, sensuale e viziatissimo, che mentre sogna una vita tra gli agi di New York si ritrova invece impantanato in una repubblica ex sovietica - l’Absurdistan, appunto - dove tanto per dire come la pensa Shteyngart su temi come capitalismo aggressivo, nazionalismo e fanatismo religioso, scoppia una guerra etnica tra “cretini del Caucaso” in cui le mire petrolifere statunitensi sono targate Halliburton, “i nostri” sono i soldati dell’American Express Army, e entrambe le etnie rivali sono cristiane. Quella scritta da Stheygart, insomma, é una satira fantasticamente assurda, in cui l’autore si prende il lusso di non salvare nessuno: né il sentimentalismo russo né il cinismo americano né il vittimismo ebraico, né i giovani scrittori senza scrupoli come l’ineffabile alter ego dell’autore Jerry Shteynfarb, che smerciano le loro tristi storie di immigrazione agli ingenui lettori americani e non. “Considero Absurdistan un romanzo sperimentale”, ha detto Shteyngart in un’intervista. “Nel senso che mi interessava capire fino a che punto avrei potuto tirare la corda”. La risposta é che l’ha tirata parecchio, ma ha anche dimostrato di saperci veramente fare.


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Silvia Bortoli  è nata a Venezia dove si è laureata con Ladislao Mittner. Nel 1977 ha vinto il premio Monselice opera prima (Leone Traverso) per la traduzione di Alban Berg, Lettere alla moglie, Feltrinelli. Nel 2004 ha vinto il Premio Monselice per la traduzione dei Romanzi di Theodor Fontane, pubblicati nei Meridiani Mondadori. Ha tradotto inoltre opere di Friedrich Nietzsche, Hugo von Hofmannsthal, Heinrich Böll, Adolf Loos,  Michael Krüger, Heinrich von Kleist, Wim Wenders, Hans-Ulrich Treichel, Ingeborg Bachmann, Hans Georg Behr e Thomas Mann. Ha pubblicato presso Anterem  la raccolta di poesie  Tutti i fiumi.  Presso le  Edizioni d’If  il romanzo Quattro giorni a marzo. Presso Piero Manni il romanzo L’inesperienza e il volume di racconti Percezioni variabili.



Silvia Bortoli vince il premio Vallombrosa Gregor von Rezzori 2008 per la miglior traduzione in italiano di un opera di narrativa straniera
con I Buddenbrook di Thomas Mann, pubblicato nel volume Romanzi della collana Meridiani (Mondadori).

Che cosa significa, oggi, in Italia, presentare in una nuova traduzione un’opera capitale e nobilmente inattuale come I Buddenbrook? E perché, poi, ritradurla, considerando che ne esistono già diverse versioni italiane, delle quali almeno due eccellenti? La risposta pensiamo possa essere questa: per dire a noi stessi, e per rendere testimonianza dinanzi a coloro che verranno dopo di noi, che nel primo decennio del ventunesimo secolo, in Italia, nonostante tutto, ancora esiste (o forse è meglio dire: ancora resiste) un tessuto culturale, un filo di continuità con la grande tradizione europea di cui siamo bene o male gli eredi. Ritradurre il romanzo di Thomas Mann significa allora, ancora una volta, fare il miracolo di “prestare la voce”, la nostra voce di donne e di uomini di questo tempo, a un grande del passato, affinché possa continuare a parlarci. Il mestiere del traduttore è un’arte oscura, prossima tanto alla bottega dell’artigiano quanto all’antro dello sciamano che evoca le voci perdute. Tradurre è fatica e solitudine, silenzio e sgomento, ma anche soddisfazione del fare, e a volte, quando si sente di aver raggiunto la migliore approssimazione possibile all’originale - senso vertiginoso del compimento. Coraggiosa e forte del sacrosanto orgoglio di chi, nell’ombra, rende al suo tempo un alto servizio, Silvia Bortoli ha compiuto un’impresa straordinaria, coniugando con sapienza filologia e modernità della lingua e dello stile, fedeltà e comunicazione, in un processo di adattamento e adeguamento dell’originale al nostro oggi che non una sola volta indulge alla facilità, all’ammiccamento, alla banalizzazione dei sentimenti e dei concetti. Pur costretta in una ratio editoriale che proprio ritenendo di difendere le particolarità dell’originale tende di fatto, e assai pericolosamente, a una progressiva omologazione traduttoria, a un linguaggio filologicamente corretto ma insieme neutro e asettico, Bortoli è riuscita a dare alla propria versione un’impronta inconfondibile e incancellabile, quel misterioso prodotto dell’osmosi tra testo originale e traduttore che rende la versione di un classico quella specifica versione, legata, certo, al tempo di cui è espressione, ma soprattutto legata, in un rapporto che non si deve temere di definire autoriale, allo stile, alla sensibilità – insomma, al cuore di chi l’ha tradotta. Per questo il premio a Silvia Bortoli vuole essere insieme riconoscimento del suo lavoro e ringraziamento per il dono prezioso che con questa nuova traduzione ci ha fatto.

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